OSPEDALE DI MONZA Una nuova competenza avanzata per gli infermieri: pulire il vomito.

L’A.A.D.I. denuncia i vertici ospedalieri per incompetenza grave


Il Giornale di Monza del 3 agosto 2018 butta in prima pagina una bella immagine dell’infermiere: “Il San Gerardo chiede scusa. Paziente lasciato per tutta la notte nel suo vomito. La dirigenza ospedaliera ha richiamato l’infermiere negligente”.

Nell’articolo interno lo stesso Giornale titola: “L’ASST di Monza si scusa con i famigliari. L’infermiere di turno è stato sollecitato a essere più tempestivo”.

Il giornalista assicura che i vertici della ASST hanno richiamato l’infermiere che avrebbe voluto ripristinare l’igiene e il riordino del letto dopo che il paziente aveva vomitato, ma evitò di farlo per non svegliare gli altri degenti reduci da interventi chirurgici.

Per sottolineare la tragicità dei fatti, il giornalista riporta che fu la sorella del paziente, arrivata nella stanza di degenza alle 6 di mattina, a ripulire il pavimento dal vomito e a rimuovere le lenzuola e il cuscino sporchi.

Ribadisce il giornalista che il paziente è stato operato di tumore benigno al primo dito della mano sinistra ed è rimasto immerso nel suo vomito senza che nessun infermiere passasse a pulire il pavimento e rimuovere le lenzuola.



Pur condividendo la gravità di un disagio intollerabile e ritenendo ingiusto che un paziente rimanga immerso nel suo vomito (l’idea dell’immersione è un po’ troppo tragica, soprattutto se si considera che i pazienti che devono subire interventi di elezione, devono arrivare digiuni all’intervento); è altrettanto è ingiusto addebitare l’omessa pulizia alberghiera all’infermiere, soprattutto in questi tempi connotati da professionalizzazioni e conquiste culturali non indifferenti.

Non ci risulta alcun corso E.C.M. sulla pulizia del vomito, per cui, in assenza di un corso professionalizzante sulla pulizia del vomito (input da non sottovalutare per l’avveniristico San Gerardo), è logico dedurre che pulire il vomito rientri nel novero delle mansioni igienico-domestico-alberghiere cioè esecutive, manuali ed elementari e perciò estranee alle funzioni infermieristiche, come sottolinea la Suprema Corte di Cassazione che ogni tanto si esprime anche per gli infermieri – sent. n. 24293/2008 (“Richiamando la consolidata giurisprudenza di questa Corte al riguardo, la modifica delle mansioni di cui all’art. 2103 C.C. non può avvenire in maniera dequalificante ma deve essere mirata al perfezionamento e l’accrescimento del corredo di esperienze, nozioni e perizia acquisite nella fase pregressa del rapporto. Le mansioni inferiori svolte dal ricorrente, sono state ritenute elementari, estranee alle esperienze professionali pregresse, aventi in sé un maggior rischio di fossilizzazione delle capacità della dipendente medesimo”).

Il Decreto 14 settembre 1994, n. 739 pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 09 gennaio 1995, n. 6 – Regolamento concernente l’individuazione della figura e del relativo profilo professionale dell’infermiere – che ha eliso la parola “ausiliario” nella definizione di infermiere, all’art. 1, comma 3, paragrafo f) recita: “Il ministro della Sanità dispone che … L’infermiere per l’espletamento delle funzioni si avvale, ove necessario, dell’opera del personale di supporto” e non che “si avvale, ove presente o se presente o se l’amministrazione provvede, del personale di supporto”.

La presenza del personale di supporto è, quindi, necessaria nel servizio affinché l’infermiere, “responsabile dell’assistenza generale infermieristica” – (art. 1, co. 1 succitato), pianifichi e gestisca gli interventi assistenziali anche igienico-domestico-alberghieri. Difatti il Decreto del Presidente della Repubblica 28 settembre 1987, n. 567 (in Suppl. ordinario alla Gazz. Uff., 11 febbraio, n. 34) – all’art. 8, “Turnazioni”, al paragrafo d) stabilisce che: “Il ricorso al lavoro su turni presuppone la distribuzione del personale nei vari turni, ripartito sulla base delle professionalità che devono essere presenti in ciascun turno, con assoluta preminenza, quindi nell’interesse dell’amministrazione su ogni altro”.

Ad adiuvandum, il D.Lgs. 26.11.1999 n. 532 a norma dell’art. 17, co. 2, L. 05.02.1999 n. 25, all’art. 11, comma 1, recita: ”Durante il lavoro notturno il datore di lavoro assicura un livello di servizi equivalente a quello previsto per il turno diurno” e il Decreto Legislativo 8 aprile 2003, n. 66, all’art. 14, co. 2 che: “Durante il lavoro notturno il datore di lavoro garantisce, previa informativa alle rappresentanze sindacali di cui all’articolo 12, un livello di servizi o di mezzi di prevenzione o di protezione adeguato ed equivalente a quello previsto per il turno diurno”.

La legge 26 febbraio 1999 n. 42 ha abrogato il mansionario dell’infermiere professionale (D.P.R. 14 marzo 1974 n. 225) ed ha abolito nella denominazione della professione infermieristica l’appendice “ausiliaria” rendendola al pari del medico, professione sanitaria così come prevedeva già l’art. 2229 C.C. quale professione intellettuale.

Detto articolo del codice civile, applicabile all’infermiere grazie agli artt. 99 e 100 del T.U. delle Leggi Sanitarie, permette di introdurre l’infermiere nel novero delle locatio operarum cioè delle professioni intellettuali e non nelle locatio operis, quali l’OTA o l’OSS che svolgono attività prevalentemente esecutive e manuali.

Per professioni intellettuali si intendono quelle che, seppur la prestazione si concretizzi in un fare materiale, si fondano su conoscenze teoriche o tecniche evolute che rendono l’atto una conseguenza di un processo mentale basato su principi e metodologie scientifiche.

In poche parole, usando la terminologia della Suprema Corte di Cassazione, le attività elementari non possono essere attribuite ad una professione intellettuale, soprattutto se la legge prevede a tutela della sua genuinità, uno specifico reato proprio (abusivismo), perché si fonda sul conseguimento di un titolo abilitante rilasciato dallo Stato.

Comunque già il D.P.R. n. 225/74 prevedeva, nella figura dell’infermiere professionale, una elevata competenza e professionalità (per questo si è voluto chiamare questo infermiere col termine di professionale) che non annoverava mansioni meramente esecutive.

Difatti all’art. 6 del D.P.R. succitato, l’infermiere generico soccombeva alle necessità igienico-domestico-alberghiere del paziente.

Al comma 2 del D.P.R. de quo si legge: “assistenza completa al malato, particolarmente in ordine alle operazioni di pulizia e di alimentazione, di riassetto del letto e del comodino del paziente e della disinfezione dell’ambiente …”.

Quindi, lo svolgimento di prestazioni di assistenza completa (cioè igiene, aiuto nel cambio della biancheria, riassetto del letto, uso di padelle e pappagalli ovvero aiuto nelle operazioni fisiologiche, ecc.), ad opera dell’infermiere diplomato, costituiva già nel 1994, un grave pregiudizio alla professionalità e, certamente, una violazione dell’art. 2103 C.C. ovvero del D.P.R. n. 761/79 che vietano lo svolgimento di mansioni inferiori. Benché l’art. 1, co. 1 del D.P.R. citato prevedesse per l’infermiere professionale “assistenza completa all’infermo;”, la presenza del “punto e virgola” alla fine del periodo, vale a concludere esegeticamente il singolo precetto, per cui la norma è stata interpretata dalla dottrina, come esclusiva responsabilità funzionale e non esecutiva dell’infermiere professionale; cioè la legge assegnava al professionale, esclusivamente, il compito di vigilare e affidare queste incombenze al “personale alle proprie dipendenze”, proprio come cita lo stesso articolo.

Tale interpretazione è stata accolta da prestigiosa dottrina (V. prof. Avv. Nicola Ferraro docente dell’Università Federico II di Napoli e Prof. Avv. Salvatore Carruba dirigente Istituto Superiore di Sanità Roma), nonché dalla giurisprudenza in materia tra cui Suprema Corte di Cassazione, sent. n. 1078, RG n. 9518/80, Cron. 2210 del 09 febbraio 1985, che ha statuito: “Non compete all’infermiere, ma al personale subalterno, rispondere ai campanelli dell’unità del paziente, usare padelle e pappagalli per l’igiene del malato e riassettare il letto” (nella causa de qua, l’ausiliaria che si era rifiutata di svolgere queste mansioni attribuendole erroneamente all’infermiere, è stata licenziata e la Suprema Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del licenziamento per inadempimento contrattuale così come avevano già fatto i giudici di prime cure e di appello).

La legge 10 agosto 2000 n. 251 stabiliva l’apertura delle classi universitarie per il conseguimento della laurea in Infermieristica e le relative specializzazioni e master. Il C.C.N.L. Comparto Sanità 1998-2001 individua nella categoria C e successivamente nella categoria D il collaboratore professionale sanitario (infermiere) definendolo: “Appartengono a questa categoria i lavoratori che, ricoprono posizioni di lavoro che richiedono, oltre a conoscenze teoriche specialistiche e/o gestionali in relazione ai titoli di studio e professionali conseguiti, autonomia e responsabilità proprie, capacità organizzative, di coordinamento e gestionali caratterizzate da discrezionalità operativa nell’ambito di strutture operative semplici previste dal modello organizzativo aziendale; Appartengono altresì a questa categoria – nel livello economico D super (Ds) – i lavoratori che ricoprono posizioni di lavoro che, oltre alle conoscenze teoriche specialistiche e/o gestionali in relazione ai titoli di studio e professionali conseguiti, richiedono a titolo esemplificativo e anche disgiuntamente: autonomia e responsabilità dei risultati conseguiti; ampia discrezionalità operativa nell’ambito delle strutture operative di assegnazione; funzioni di direzione e coordinamento, gestione e controllo di risorse umane; coordinamento di attività didattica; iniziative di programmazione e proposta”.

La Legge 01 febbraio 2006, n. 43 – Disposizioni in materia di professioni sanitarie infermieristiche, ostetrica, riabilitative, tecnico-sanitarie – prevede all’art. 1, co. 1: “Sono professioni sanitarie infermieristiche … quelle previste ai sensi della legge 10 agosto 2000, n. 251, e del decreto del Ministro della sanità 29 marzo 2001, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 118 del 23 maggio 2001, i cui operatori svolgono, in forza di un titolo abilitante rilasciato dallo Stato, attività di prevenzione, assistenza, cura o riabilitazione”.

L’art. 3 provvedeva a convertire in ordini professionali gli odierni collegi.

Ergo, per svolgere la professione infermieristica è obbligatorio il possesso del relativo titolo, l’abilitazione dello Stato (rilasciata dopo un esame all’uopo previsto) e l’iscrizione al Collegio professionale (almeno per la partecipazione al concorso o per l’assunzione per quanto riguarda il dipendente subordinato in regime di esclusività).

Difatti, quale professione intellettuale, il suo svolgimento non può esaurirsi in una mera esecuzione manuale di operazioni non connotate da elementi scientifici. A sostegno di ciò è oramai accreditata a livello internazionale la Scienza Infermieristica, introdotta con legge n. 1 del 2002 e regolamentata nel 2004 con Decreto MIURST del 09 luglio, 01 ottobre e n. 270.

L’infermiere, quale professionista laureato, è collocato in categoria D (ex VI livello) ed è obbligato a svolgere i corsi ECM (gli OTA e gli OSS non svolgono corsi ECM), aggiornandosi al pari dell’evoluzione tecnico-scientifica.

Nelle more dell’esaurimento degli infermieri generici, il legislatore ha creato diverse figure che avrebbero dovuto svolgere mansioni igienico-domestico-alberghiere in sostituzione dell’infermiere generico. Dapprima nel comparto università con D.P.C.M. 24 settembre 1981 ha individuato l’agente socio-sanitario di 4° livello come: “Addetto alle mansioni integrate di assistenza al malato particolarmente in ordine alle operazioni di pulizia, di alimentazione, di riassetto del letto e del comodino del paziente e della disinfezione dell’ambiente, trasporto, ritiro e consegna della biancheria, medicinali, vitto, materiali sanitari e organici nonché pulizia, preparazione e disinfezione del materiale sanitario e dei locali assegnati, trasporto dei rifiuti e del materiale infetto”. Si noti che l’intera definizione qui utilizzata è identica alla prima parte dell’articolo di legge (D.P.R. n. 225/74) dedicata all’infermiere generico a dimostrazione che il legislatore ha trasferito, tout court, le attività igienico-domestico-alberghiere dell’infermiere generico al personale ausiliario specializzato (in cosa? nell’assistenza).