Il Tribunale di Roma dissolve le teorie della FNOPI sull’infermiere factotum

[In fondo all’articolo l’intera sentenza]

LA BATOSTA ADI E’ ARRIVATA, ALTRO CHE 5MILA EURO: IL TRIBUNALE DI ROMA DISSOLVE LE TEORIE DELLA FNOPI SULL’INFERMIERE FACTOTUM E PUNISCE GRAVEMENTE CHI DENIGRA L’INFERMIERE.

La sentenza n. 6954 del luglio 2019 non è stata redatta da un magistrato qualunque, ma dal presidente della Prima sezione Lavoro di Roma che ha spiegato in 24 pagine, cosa significhi essere infermiere in Italia.

Non è importante sapere come si è conclusa la vertenza (sappiamo che il nostro infermiere ha stravinto e che questa sentenza segna un importante passo in avanti nella giurisprudenza infermieristica), ma è importante sapere perché l’infermiere ha vinto.

Prima di tutto evidenziamo che il tribunale di Roma ha accolto in toto ogni singola teoria che il Presidente ADI Di Fresco va ad insegnare in tutta Italia da oltre 25 anni.

Quando si afferma: “ogni singola teoria”, si intende proprio ogni aspetto che è stato scritto nel ricorso e precisamente: la teoria della falsa scientificità, la teoria dell’indottrinamento di massa, la teoria delle false aspettative, la teoria dello sfruttamento e così via, come vedremo.

Il ricorso è l’esatta rappresentazione del corso ECM sul demansionamento scritto dal Di Fresco.

L’infermiere, oggetto della vertenza legale, che chiameremo sin d’ora Daniele, ha svolto con regolarità tutte le mansioni che, secondo l’ADI, gli erano proprie, come per esempio preparare e somministrare la terapia farmacologica, monitorare i parametri vitali, effettuare medicazioni, aerosol, programmazione esami diagnostici, elettrocardiogrammi, cateterismo vescicale, ecc..

Insieme a queste attività proprie, però, Daniele ha anche svolto assistenza diretta ai pazienti disimpegnando mansioni igienico-domestico-alberghiere e, in particolare, ha alzato ed abbassato lo schienale del letto, versato l’acqua nel bicchiere per far bere il paziente, acceso il cellulare del paziente su richiesta, preso e riassettato lenzuola e coperte, curato l’igiene personale a letto e nella doccia, usato padelle e pappagalli, risposto ai campanelli, pulito e riassettato i carrelli, rifornito il materiale sanitario del magazzino e degli armadi, sistemato i carrelli della biancheria e quant’altro.

Queste attività si palesavano prevalenti rispetto alle proprie, tanto da dover attendere per soddisfarle quelle di cura, come preparare le flebo ed altro.

Spesso la terapia veniva somministrata in ritardo perché Daniele doveva attendere di completare l’assistenza diretta ai pazienti per poter svolgere le proprie attività; in poche parola prima doveva fare l’OSS e poi poteva fare l’infermiere.

A causa di tale preponderante impegno ausiliario, scrive il presidente del tribunale, non ha potuto praticare in maniera soddisfacente e intellettuale la propria professione e cioè non ha potuto aggiornarsi sull’evoluzione terapeutica e patologica dei pazienti e non ha potuto svolgere ricerche infermieristiche aggiornandosi sui processi di nursing.

Non aveva neppure il tempo di leggere le cartelle cliniche di coloro che riponevano la fiducia su di lui!

Le attività ausiliarie hanno impegnato Daniele per il 90% del suo tempo di lavoro, causando così un impoverimento della sua capacità professionale con conseguente danno da perdita di chance in quanto, il datore di lavoro, lo aveva assegnato a precipui interventi elettivi per soddisfare bisogni fondamentali della persona.

Il Policlinico ha da subito tentato di confondere il giudice, sostenendo che queste mansioni asseritamente inferiori, erano stabilite dal sistema NANDA; in poche parole non era colpa loro se Daniele era oberato di lavoro, ma degli americani!

Il sistema NANDA, in uso nella pratica infermieristica per condurre alle diagnosi, non può in verità essere compiutamente gestito dall’infermiere se questi è occupato a mettere padelle e pappagalli in tutto il reparto.

Per fare una vera diagnosi infermieristica ci vuole tempo e d impegno, cosa che un infermiere factotum non ha.

Inoltre, il fatto che il NANDA sia diretto a soddisfare i bisogni fondamentali della persona, non significa che i bisogni debbano essere necessariamente soddisfatti dall’infermiere.

La connessione teleologica infermiere gestisce NANDA = infermiere realizza il NANDA è fuorviante; sarebbe come dire medico scrive in cartella un farmaco = medico somministra il farmaco.

Infatti, se interpretiamo NANDA alla luce del D.M. n. 739/94 che riconosce all’infermiere non solo autonomia gestionale delle proprie attività, ma anche la responsabilità delle finalità assistenziali dirette ad opera del personale subalterno, allora NANDA rappresenta un utile strumento per pianificare e coordinare l’assistenza diretta che dovranno svolgere gli OSS sotto il controllo dell’infermiere.

In pratica il NANDA permette di identificare i bisogni del paziente non di soddisfarli.

Infatti per responsabilità non si intende la realizzazione dell’atto, ma la sua gestone al meglio per rispondere dell’esito e non per lo svolgimento, che rimane sempre esecuzione propria ed autonoma degli operatori di supporto.

Quindi il Policlinico inutilmente può sostenere che per responsabilità si intenda anche esecuzione perchè allora anche i medici, che sono responsabili delle cure del paziente in quanto dirigenti, devono eseguire tutte le attività assistenziali dirette.

Anche il PAI, sistema in uso al Policlinico e creazione diretta del dirigente infermieristico nonchè consigliere OPI di Roma, che se n’è pure vantato durante il suo interrogatorio, supportando le diagnosi infermieristiche, permette agli infermieri di documentare tutti i processi assistenziali.

In verità anche in questo caso è stato posto un tranello che è stato immediatamente cooptato dal Presidente ADI che ha assistito a tutte le udienze.

Il PAI non dimostra lo svolgimento intellettuale della professione come invece sostiene il Policlinico, ma la sua denigrazione, perchè obbliga l’infermiere a registrare l’effettivo svolgimento di quanto eseguito per la cura del paziente cioè di quanto fatto in proprio e non dall’OSS.

Quindi, al pari del NANDA, anche il PAI, creato dal consigliere OPI di Roma, è diretto allo sfruttamento demansionale dell’infermiere e ciò non stupisce l’ADI che da sempre denuncia una politica di emarginazione e vilipendio alla dignità dell’infermiere da parte di alcuni eminenti leader dell’OPI.

Il presidente del tribunale, nella sentenza, elogia il ricorso che nell’esposizione di diritto delle lamentate pretese, ha svolto diffuse argomentazioni, persino con premessa introduttiva di carattere storico circa le figura dell’infermiere, per dimostrare che le mansioni di assistenza diretta non sono proprie dell’attuale professionista laureato, e il ricorso, così come è stato confezionato, ha colto esattamente nel segno.

Questi solo gli encomi profusi nella sentenza a favore di un ricorso scritto con attenta metodologia tecnico-giuridica squisitamente infermieristica che solo l’ADI sa realizzare.

Nella specie, il ricorrente, ha fornito compiuta allegazione delle mansioni che egli, fin dalla data di assunzione, svolge.

Non nega certo di compiere gli atti che sono specificamente propri della sua professione, ma afferma e dimostra che tali atti abbiano un rilievo marginale posto che, prevalentemente, egli deve occuparsi delle attività di assistenza diretta.

La controversia, scrive il Presidente magistrato, verte sulla legittimità o meno dell’assegnazione di attività di assistenza diretta, come aprire una bottiglia, porgere un bicchiere, accendere e spegnere il televisore, imboccare i pazienti non autosufficienti, riassettare i letti, far usare padelle e pappagalli ed indi svuotarli e pulirli.

Il Policlinico sostiene che Daniele svolge tutte queste attività perché sono strumentali ed accessorie a quelle proprie, tanto è vero che, afferma controparte, queste rientrano tra gli interventi elettivi per soddisfare bisogni fondamentali dell’individuo identificati dalle diagnosi infermieristiche NANDA (North American Nursing Diagnosis Association), come specificato alle pagine 11-13 della memoria difensiva del Policlinico.

In particolare, imboccare un paziente risponde alla diagnosi infermieristica di deficit dell’alimentazione e l’intervento da porre in essere consiste appunto nell’aiutare l’assistito nell’assunzione di cibo e bevande; svuotare un pappagallo è utile a diagnosticare la presenza di sangue nelle urine e così pulire la padella, parimenti nelle feci; riassettare il letto permette di vedere eventuali lesioni di decubito e rispondere ai campanelli di verificare esigenze urgenti e indifferibili.

Ora, ammettendo che questo sia vero, a cosa servirebbero quindi gli OSS?

Se la diagnosi infermieristica può essere utilizzata per motivare le attività di assistenza diretta da parte dell’infermiere, allora anche l’OSS che vede del sangue nelle urine e chiama il medico, svolge diagnosi.

Premesso che il sistema NANDA non stabili