Il demansionamento giuridico

I SOFISMI DEONTOLOGICI COME STRUMENTO DELLO SFRUTTAMENTO DEMANSIONALE

Il significato di demansionamento non può essere oggetto di speculazioni sofistiche di natura deontologica perché rientra nei fenomeni patologici delle condotte antigiuridiche e, quindi, è materia giuslavoristica più che ordinistica o filosofica.

La speculazione deontologica viene attuata dai sofisti dell’infermieristica per razionalizzare e spiegare la fisiologia del demansionamento ed ha, quindi, una funzione negazionista di un fenomeno illecito, contrario alla legge e devastante per una professione che si definisce intellettuale, finendo col distruggere anche le basi legislative che fondano l’esistenza stessa dei Collegi IPASVI.

Attribuendo uno scopo nobile al demansionamento, come quello paternalistico e missionario, questi filosofi dell’ovvio mutano l’accezione giuridica del demansionamento in un diverso significato etico che distrae l’oggetto dello studio verso una tolleranza mascherata da permissivismo, dedizione ippocratica e servilismo missionario alla “volemose bene”, estranei alla natura professionale della prestazione intellettuale.

Non per nulla questi sofisti sono scappati dalle corsie o si sono rifugiati in una nuova figura manageriale, lontana dalle effettive prestazioni assistenziali semplici e, dalle loro cattedre privilegiate, insegnano al popolo infermieristico che portare la padella, che loro stessi disprezzano, è l’essenza profonda della professione infermieristica.

Ogni tanto rispondono ad un campanello per lavarsi la coscienza e dimostrare che anche loro, in fondo, non hanno rinunciato alla scopo primario della professione, ma si tratta solo di finzione perché se devono sporcarsi le mani, escono in corridoio per chiamare l’infermiere.

Questi sono gli ipocriti, mascherati da santi, che ci annunciano la loro parola sul demansionamento, che indottrinano i futuri infermieri trasformandoli, di fatto, in portantini, drogandoli di orgoglio professionale e importanza sociale che, nella realtà, non esistono se non nelle loro menti perché questi falsi valori crollano davanti il più piccolo dei dottorini, che da dirigente è capace di comandarli a bacchetta.

Questa è la realtà e questa realtà, ogni giorno che passa, peggiora sempre di più perché il divario che separa gli infermieri sguatteri dagli infermieri comandanti è profondo e quest’ultimi intendono aumentarlo maggiormente per allontanare dalla memoria la puzza del reparto.

Basti vedere come si comporta il dirigente infermieristico verso gli infermieri rispetto al direttore sanitario rispetto ai medici.

Ammantata da unzione divina, è impossibile in molte realtà riuscire a interloquire con la dirigente infermieristica che dagli infermieri interpone diversi strati gerarchici, spesso ridicoli, che riscontriamo solo nel sistema militare.

Diversamente, qualsiasi medico ha accesso al direttore sanitario, perché tra identici professionisti vige la regola della solidarietà professionale, cosa che nel nostro ambito nemmeno è conosciuta.

Con queste semplici e lapidarie premesse, rimandando il lettore interessato alle mie specifiche pubblicazioni in merito, rispondo ancora una volta, e spero l’ultima, ai colleghi sofisti e manipolatori della parola che, sulla scia delle errate costruzioni dottrinali della Federazione IPASVI sul demansionamento (non a caso molti Messia sono consiglieri del Collegio), speculano in termini filosofici e missionari su un tema serio e grave che sta annientando la dignità della nostra professione a la salute di migliaia di infermieri che si sono avvicinati a questa professione con ampia fiducia, spesso ingannevole, per prestare assistenza di qualità e non per spendere la propria vita in una sorta di girone infernale per espiare i propri peccati, come se fare l’infermiere significasse servire fino alla morte i bisogni del paziente e quelli del medico nonché gli interessi del direttore generale e, quindi, quelli del dirigente infermieristico.

Se avessero voluto fare i missionari, questi colleghi avrebbe potuto optare per l’Africa e per l’India, evitando di sperare in un sistema sanitario di migliore qualità, privo di carenze e disorganizzazione, dedito alle cure dei lavoratori e degli utenti.

Si dimentica spesso che un infermiere malato, svilito, deluso, stanco e amareggiato non potrà garantire al paziente un’assistenza di qualità, incoraggiante, ottimista ed efficace.

Si pensa all’infermiere come carne da macello, pedina sacrificabile pur di ottenere un sorriso da parte del paziente.

Non è così: pazienti e infermieri devono essere trattati insieme con dignità, un sistema sanitario serio, coerente, professionale e di qualità, tiene in considerazione gli operatori insieme ai pazienti e non arriva al punto di sacrificare i primi per il benessere dei secondi.

Esaurita questa indispensabile premessa, tanto per precisare l’area del pensiero critico-costruttivo entro il quale mi muovo, intendo dissertare sull’istituto del demansionamento, ricordando che questa materia non è stata creata dalla federazione IPASVI né dai cultori pseudoscienziati che taluni sindacati infermieristici ci propinano nelle loro riviste, come se noi, che da 30 anni cambiamo pannoloni, dovessimo imparare da questi signorotti per sapere cosa significa correre per tutto il reparto cercando di non impazzire per il continuo stridulo dei campanelli.

Quindi il significato che dobbiamo necessariamente dare al demansionamento non può che essere quello fornitoci dai loro stessi creatori cioè gli operatori del diritto: i magistrati e gli avvocati che hanno teorizzato e studiato a lungo sulla materia.

Al di fuori di questa unica accezione, ogni diversa speculazione è irrilevante e fantasiosa (come quelli che rifiutano il termine “demansionamento” in favore della “dequalificazione”, ignorando che i termini sono sinonimi e che loro, semplici infermieri, non possono correggere la terminologia giuridica accreditata presso le più alte magistrature) e pertanto non può e non deve essere considerata, se non nei salotti IPASVI stando comodamente seduti a sorseggiare un drink.

Non c’è bisogno, spero, di spiegare quali mansioni sono ritenute illegittime e perché l’infermiere non debba prestarle, considerato che dal 1994, quando per la prima volta ne parlai apertamente e ne pagai le conseguenze sulla mia pelle grazie all’interesse pervicace dell’allora presidente del collegio di Roma, la comunità infermieristica ne ha preso coscienza e oggi non è più ritenuta un pazzia, come lo fu invece all’epoca.

PREFAZIONE

Finalmente affrontiamo un problema che gli infermieri lamentano da sempre ma che non hanno mai avuto il coraggio di gridare ad alta voce per non offendere il senso dell’essere infermieri, per paura di essere accusati e tacciati di aver sbagliato mestiere, per paura di diventare una delusione per gli altri: il demansionamento o dequalificazione.

Per demansionamento si intende lo svolgimento, di fatto, in maniera continua, autonoma e prevalente, di mansioni assegnate ai profili inferiori.

Ho scritto mansioni, si proprio mansioni; e con questo sfatiamo il primo assioma dei salotti infermieristici e cioè: non è vero che con l’abrogazione del mansionario le mansioni non esistono più.

A parte che il mansionario non è stato completamente abrogato, è ancora vigente l’art. 6 che disciplina le mansioni dell’infermiere generico (ed è per questo che giustamente la giurisprudenza continua a utilizzare il termine “infermiere professionale”), ma, soprattutto, le uniche due norme di tutto il nostro ordinamento giuridico che parlano delle attività lavorative, definiscono il contenuto della prestazione con la parola “mansioni” e non “competenze” o “funzioni” come invece ci propinano i mestieranti del diritto.

L’art. 2103 C.C. e l’art. 52 del D.Lgs. 30 marzo 2001 n. 165 disciplinano le mansioni, ed è di mansioni che si parlerà ed è di mansioni che la giurisprudenza italiana (cioè i giudici) vogliono sentir parlare.

La comparazione legale del contenuto e del valore professionale, si misura in mansioni e non in funzioni o competenze (non dovete credere a tutto quello che leggete nelle riviste infermieristiche scritte perlopiù da infermieri che non hanno nemmeno un minimo di cultura e che, spesso, scopiazzano da altri come nel caso del presidente dell’Associazione Infermieri Legali Forensi, Eugenio Cortigiano, che si appropriò di un mio articolo dopo 13 anni dalla sua pubblicazione).

Se non copiano dai bravi non sanno scrivere.

Sfatiamo anche la seconda regoletta: non è vero che l’infermiere professionale debba essere denominato semplicemente “infermiere”.

Se esiste ancora l’infermiere generico è naturale che debba esserci l’infermiere professionale, altrimenti si fa confusione, ed infatti è proprio quello che è avvenuto con la sentenza della S.C. (Suprema Corte di Cassazione), VI Penale, 29 dicembre 2006 n. 39486.

I giudici hanno condannato per rifiuto di atti d’ufficio un’infermiera che si rifiutò di pulire un paziente.

Immediatamente i sindacati, la federazione IP.AS.VI., i Collegi, perlopiù quelli contenti di smentirmi, scrissero che gli infermieri dovevano pulire i malati altrimenti sarebbero stati arrestati.

Io fui tormentato da molti infermieri: hai visto che hai torto, hai visto che si va in galera se ti diamo ragione?

Invece la sentenza riguardava un’infermiera generica, confermando che l’infermiere professionale non deve pulire il malato.

Ergo, questi soggetti non hanno neppure voglia di leggere integralmente una sentenza (o forse non le capiscono)!

Il fenomeno del demansionamento è, secondo la giurisprudenza (permultis: S.C., SS.UU., 11 novembre 2008 n. 26972) la violazione peggiore, la cattiveria più grande che il datore possa fare al proprio dipendente e, per questo, va sanzionata con tutti i mezzi consentiti dall’ordinamento.

In ambito infermieristico, però, il demansionamento è atipico perché non è cagionato dal datore, ma solo perpetrato e sfruttato.

L’infermiere nasce già demansionato, è l’università che lo prepara perché il datore lo possa sfruttare come sguattero per “mandare avanti il reparto”.

I corsi universitari sono ridicoli: rilasciano una laurea a chi pulisce le padelle.

Solo per questo tutti gli italiani capaci di pulire una padella, dovrebbero ricevere una laurea ad honorem in infermieristica.

Questo indottrinamento che rende appetibili gli infermieri a chi li voglia sfruttare, si rafforza sul posto di lavoro perché i coordinatori e i dirigenti infermieristici, spesso sostenuti dai collegi e dalla federazione, spingono in tal senso, proteggendo gli ausiliari specializzati, gli O.T.A. e gli O.S.S. dall’assistere i malati, anzi, dal toccarli proprio.

Questo sistema porta i datori di lavoro a richiedere, indifferentemente, infermieri e badanti e spiega la perdita di eterostima sociale a cui stiamo andando incontro con gravi ripercussioni anche retributive sulla nostra traviata categoria.

Questi rasentano il ridicolo se non fosse che hanno anche cagionato seri ed irreparabili danni al servizio sanitario nazionale, permettendo ai sindacati collusi, di proteggere la loro clientela, dirottando gli ausiliari negli uffici (e garantirgli la carriera) a detrimento della qualità assistenziale e della professionalità infermieristica.

Gli infermieri, anche quelli laureati, svolgono marginalmente e affrettatamente le proprie mansioni, ma l’attività principale che occupano riguarda essenzialmente quella ausiliaria tanto da svolgerla in maniera prevalente e pedissequa, sottraendo prezioso tempo alle attività cliniche-infermieristiche, e che riguardato precipuamente mansioni igienico-domestico-alberghiere e precisamente: rispondere ai campanelli di richiesta domestica e alberghiera; soddisfare richieste che attengono alle necessità quotidiane dei pazienti; alzare e abbassare le tapparelle; aprire e chiudere le finestre; alzare e abbassare lo schienale del letto; aprire una bottiglia; riempire un bicchiere d’acqua; porgere il telefonino, gli occhiali, la dentiera, una bottiglietta, ecc.; accendere e spegnere la t